La biomeccanica Gleno-Omeral

Il movimento dell’articolazione gleno-omerale si fonda su una coppia di forze che si contrastano fra di loro e sono offerte dal deltoide e dalla cuffia dei rotatori.

È necessario innanzitutto sfatare 2 luoghi comuni: il deltoide non è un abduttore e la cuffia dei rotatori non ha principalmente capacità motorie come il nome farebbe pensare. Il deltoide isolato non è un abduttore ma un elevatore del braccio, diventa però abduttore grazie all’azione di fulcro svolta dalla cuffia (Fig. 1).
È un grosso muscolo che dalla clavicola, dalla spina della scapola e dall’acromion si porta lateralmente per inserirsi al terzo medio-prossimale dell’omero. Nonostante sia un elevatore è perfetto per l’abduzione.
E’ fatto in modo da poter avere forza per un range di movimento molto ampio, e non limitato quale può essere il ROM in un’elevazione: il capo medio, che è la porzione più importante, ha una struttura bipennata che gli consente di mantenere la forza durante tutta l’abduzione, conservando efficacia nonostante l’accorciamento che il movimento inevitabilmente impone . Il capo posteriore inoltre entra in gioco solo dopo i 120 di abduzione.
L’elevazione diventa abduzione grazie alla presenza della cuffia, che dobbiamo immaginare come un polipetto che abbraccia la testa omerale ancorandola alla glena (Fig. 2). -I tendini della cuffia non sono stati creati dalla natura come strutture di movimento: troppo sottili, troppo vicini al centro di rotazione e con una sezione trasversa troppo limitata.
Se la natura avesse voluto i tendini della cuffia come tendini di movimento del braccio li avrebbe pensati più robusti, più lunghi e più lontani dalla testa dell’omero, al fine di avere un maggiore vantaggio meccanico.
Questi invece lavorando come una squadra e “fissano” la testa omerale alla glena, permettendo quindi al deltoide di portare a termine il proprio compito e in ultima analisi di abdurre il braccio.
dott. Massimo Cassarino