Il transfer del gran dorsale

La ricerca di un nuovo “tetto”. Ma perché proprio il latissimus dorsi?

Innanzitutto ha i requisiti richiesti in letteratura, ovvero lunghezza e sezione trasversa adeguati, vettore di forza giusto e presenza di peduncolo vascolo-nervoso.
Ma non solo, difatti il latissimus dorsi ha anche un’azione stabilizzante intrinseca sulla scapola, come hanno evidenziato diversi studi anatomici.
In passato si usava un footprint molto laterale. Non si otteneva però l’effetto tetto, quindi mancava il fulcro. Si otteneva l extrarotazione ma non l’abduzione.
La trasposizione «moderna» ha un footprint più mediale e anteriore e crea un tetto sopra la testa omerale (Fig. 1).

La scomposizione della linea di forza del transfer dimostra :

aumenta l’effetto compressivo della cuffia (che manca) e
si oppone alla traslazione della testa verso l’alto.
Il transfer contribuisce doppiamente al ritrovamento di un fulcro e quindi all’abduzione(Fig. 2).

La presenza del sottoscapolare è indispensabile, perche impedisce alla testa di fuggire anteriormente.
Il transfer del gran dorsale non ha come primo obiettivo l’extrarotazione. Ma i nostri pazienti a distanza di mesi si presentano con un’extrarotazione non forte, ma funzionale.
Probabilmente questa è dovuta al coinvolgimento di catene muscolari accessorie, convocate solo successivamente dal sistema centrale.
Non solo. Un aspetto che all’inizio ci sorprendeva, era che, alla rimozione del tutore, che noi consigliamo per 30 giorni circa, il pz spesso ha la capacita di mantenere un’abduzione, seppure imposta passivamente.
Secondo noi 30 giorni è un arco di tempo troppo breve per pensare che questa sia merito del transfer(il transfer necessita di più tempo per acquisire il suo nuovo schema motorio).
Ipotizziamo per questo che sia un azione di fulcro passiva, legata alla tenodesi.
Per questo motivo suggeriamo che questo intervento meriti la dizione di transfert-tenodesi e non solo di transfert.
In conclusione possiamo dire che è giusto parlare del transfert-tenodesi del GD come una protesi biologica. Proprio come la protesi inversa, o la CTA, che si propone di allontanare o evitare, il transfer rincorre lo stesso obiettivo concettuale, cioè la ricerca di un fulcro biomeccanico.

Dott. Gianezio Paribelli
Specialista in ortopedia e traumatologia
Presidente Società Italiana Artroscopia (S.I.A) 2013-15
Domus Nova (Ravenna)